Non solo Mps. I crucci di Visco per l’Italia ferma allo sportello
“Dall’inizio della crisi, quattro anni fa, quasi mezzo trilione di euro di nuovi capitali sono affluiti nelle banche dell’Eurozona, e molti istituti hanno cambiato il loro modello di business” rendendolo più efficiente, ha detto Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea, nella sua intervista allo Spiegel pubblicata ieri. “Molti istituti” hanno accettato il cambiamento, quindi non tutti. Il Monte dei Paschi di Siena, terza banca italiana, è tra quelle rimaste a metà del guado. Brambilla Quei poteri catto-confindustriali dietro l’operato di Mansi

“Dall’inizio della crisi, quattro anni fa, quasi mezzo trilione di euro di nuovi capitali sono affluiti nelle banche dell’Eurozona, e molti istituti hanno cambiato il loro modello di business” rendendolo più efficiente, ha detto Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea, nella sua intervista allo Spiegel pubblicata ieri. “Molti istituti” hanno accettato il cambiamento, quindi non tutti. Il Monte dei Paschi di Siena, terza banca italiana, è tra quelle rimaste a metà del guado. Lo pensano quasi tutti gli osservatori internazionali che hanno accolto con freddezza la decisione di sabato scorso di rinviare l’aumento di capitale da 3 miliardi. Non soltanto perché quei 3 miliardi sarebbero stati utili a rimborsare gli aiuti statali (Monti bond), affrancando un po’ Mps dalla fase emergenziale, ma soprattutto per il momentaneo ritorno in auge della Fondazione, azionista di controllo che si pensava sulla via d’uscita e che invece s’oppone e vince sul management. E se le fondazioni, alla vigilia di mesi non proprio tranquilli per il comparto bancario del paese, tornassero a privilegiare la presa sul potere (locale e finanziario) a costo di sacrificare l’interesse degli istituti di riferimento nel medio-lungo termine? Che messaggio sarebbe per gli investitori, specie internazionali? Il rischio non sembra infondato, se si guarda alle difficoltà che la Banca d’Italia ha incontrato di recente nel suo tentativo di relazionarsi con alcuni degli enti bancari.
Palazzo Koch, d’intesa più o meno implicita con la Bce, negli ultimi mesi ha sempre tenuto una linea: meglio riordinare la casa prima di cederla, cioè prima che la vigilanza sui principali gruppi bancari venga centralizzata a Francoforte dalla fine del 2014. Anche così si spiega, per esempio, il pressing sugli istituti affinché dispongano “accantonamenti” di capitale più sostanziosi per i prestiti a rischio presenti in bilancio. Un altro cavallo di battaglia della Banca d’Italia è diventato quello che Draghi chiama il “mutamento del modello di business”. Nel luglio scorso il governatore Ignazio Visco, intervenendo all’assemblea dell’Associazione bancaria italiana (Abi), affrontò con inusitata chiarezza il “nodo irrisolto” delle fondazioni, legandolo ai problemi di “redditività e governance” delle banche. Se in passato le fondazioni sono state “fattore di stabilità”, oggi devono diversificare i loro portafogli d’investimento così da “allentare i legami, talvolta troppo stretti, con i risultati della banca di riferimento”, ed evitare “interferenze di governance”. Profumo, proponendo il suo piano di ricapitalizzazione di Mps, si sarà sentito sicuramente sostenuto da questo tipo d’analisi. Più precisamente: lo era. Eppure la Fondazione ha deciso, perlomeno fino a maggio, di snobbare il presidente della banca e i suoi mentori di Via Nazionale. Non proprio una novità, a voler ricordare le vicende della Banca popolare di Milano. Nel settembre scorso, bastava che il presidente del consiglio di gestione di Bpm, Andrea Bonomi, parlasse dell’intenzione di diventare “una banca normale”, ed ecco che il titolo in Borsa schizzava all’insù. D’altronde pure la Banca d’Italia era con Bonomi; Visco auspicava la trasformazione della banca popolare in una “forma giuridica più adeguata, quella della società per azioni”, “anche in vista dell’Unione bancaria”. Bonomi però a novembre si è dimesso di fronte all’opposizione tenace dei sindacati. Così a dicembre Piero Giarda, storicamente vicino a Prodi, ha battuto l’ex Bankitalia Lamberto Dini per la presidenza del consiglio di sorveglianza di Bpm; e per lui “il problema Spa non si pone” nemmeno. A ottobre un altro ex Bankitalia, Rainer Masera, dopo aver accettato la presidenza di Banca Marche (posta in gestione provvisoria da Palazzo Koch), si è dimesso per la riluttanza delle fondazioni azioniste ad “accompagnare il rafforzamento patrimoniale”. Poi ci sono gli 8 piccoli e medi istituti commissariati nel 2013 (4 invece nel 2012). Insomma, con qualche cruccio per Visco e Draghi, non tutte le banche italiane s’attrezzano al meglio per il check-up della Bce.